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Pensiamo la pace

news da Peace Reporter

 

Riflessioni su pacifismo e non violenza

Mentre il mondo assiste a un intensificarsi dei conflitti gli sforzi per una rapida e totale riconciliazione sono sempre più deboli. Il disorientamento dei pacificisti e l’insegnamento di Lev Tolstoj

Resistenza al male

di Bruno Milone*

Nel 2009 si sono festeggiati i venti anni dal crollo del muro di Berlino. La maggior parte dei commentatori ha posto l’accento soprattutto sui fatti positivi che quell’evento ha determinato nella storia mondiale e cioè, da un lato, l’unificazione politica delle due Germanie e, dall’altro, il crollo dell’Unione Sovietica. In questo modo veniva meno pacificamente il pericolo di un conflitto nucleare tra mondo occidentale e mondo comunista, sia per la dissoluzione di quest’ultimo, sia per il ricomporsi di una situazione di forte antagonismo nel cuore dell’Europa. Pochi hanno invece ricordato come in breve tempo, dopo il 1989, si sia consumata l’idea di costruire un sistema di relazioni internazionali basato sulla cooperazione e la democrazia, per diffondere il benessere e valori come la libertà e la pace. L’integrazione di nuovi paesi in un unico mercato dei beni e dei capitali e il processo di globalizzazione non hanno ridotto il divario e i conflitti tra aree ricche e aree povere. La politica estera americana, tutta protesa ad affermare unilateralmente il nuovo ordine mondiale, è stata accusata di aspirazioni imperialiste e si è dovuta misurare con nuovi e imprevisti nemici. Rivendicazioni di carattere territoriale, religioso o culturale hanno generato tutta una serie di lotte e scontri che hanno fatto riemergere risentimenti che si pensava superati dalla storia e scomparsi. Dal 1991 a oggi si sono succedute una serie impressionanti di “guerre calde”, nel Golfo Persico, nella ex Jugoslavia, in Somalia, in Kossovo, in Afghanistan e in Iraq, e di scontri più limitati, nella forma di guerriglia o atti di terrorismo, che hanno provocato decine di migliaia di morti: guerre interetniche o di ingerenza umanitaria, per ripristinare la legalità internazionale o l’autodeterminazione di un popolo, guerre preventive contro il terrorismo o contro l’uso eventuale di armi di distruzione di massa. In ogni caso guerre volute e dirette da minoranze bellicose, se non proprio criminali, contro il volere della maggioranza della popolazione, ma che, una volta scoppiate si sono radicate e radicalizzate. Ciò che colpisce è che non vi siano iniziative per raggiungere una pace duratura in nessuno dei conflitti o delle guerre che si combattono attualmente. Se paesi terzi od organizzazioni internazionali inviano delle forze di interposizione tra le fazioni in lotta per far cessare i combattimenti e prestare soccorso umanitario alle popolazioni, nessuno dei contendenti si fa promotore di un’attività negoziale per cercare di risolvere le controversie e pacificare l’area. Al contrario la tregua viene vista come un’occasione per riarmarsi e riorganizzare le forze combattenti. Nel 2009 non si è potuto assegnare il Nobel per la pace a una personalità o a una organizzazione che abbia ottenuto risultati duraturi o abbia intrapreso iniziative di riconciliazione e pacificazione in qualche parte del mondo. La scelta alla fine è caduta sul Presidente americano Barak Obama, non per la sua politica attuale ma per le sue intenzioni e i suoi programmi di pace per il futuro. Nell’immediato infatti, Obama ha deciso di acconsentire all’invio di altri 30mila soldati in Afghanistan, di mantenere ingenti forze armate in Iraq e di permettere i bombardamenti delle aree tribali in Pakistan, dove, inevitabilmente, vengono coinvolti i civili. Eppure gli americani sono stanchi delle guerre combattute negli ultimi anni e incomincia a diventare elevato il numero dei soldati che si rifiuta di andare al fronte in Iraq o Afghanistan. Sono 17mila i soldati americani che negli ultimi anni hanno deposto le armi anche a costo di finire in galera e subire un processo come disertori davanti alla corte marziale. Secondo Obama, invece gli USA devono ancora intervenire in determinate guerre sia per autodifesa, per evitare che Al Qaeda consolidi le sue basi nel mondo e continui i suoi attacchi terroristici contro il territorio americano e il mondo occidentale, sia per aiutare le popolazioni dell’Afghanistan a difendersi dall’islamismo violento e tribale dei Talebani. Per questo motivo, quando il Presidente degli Stati Uniti ha ricevuto il premio Nobel, consapevole della contraddizione in cui si trovava, ritirare un premio per la Pace mentre si apprestava a continuare una guerra, nel suo discorso ha fatto riferimento alla teoria della “guerra giusta” per legittimare le sue scelte. Il teorico americano delle guerre giuste, il filosofo Michael Walzer, ritiene che un intervento militare deve essere giudicato “giusto” non solo quando esercita la legittima difesa o ripara una violazione della legalità, secondo i principi del diritto internazionale, ma anche quando la guerra è efficace e utile, cioè vincente e limitata nel tempo e nello spazio, altrimenti si trasforma in una guerra illegittima sul piano morale e anche del diritto. Nessuna delle guerre combattute nell’ultimo ventennio è stata utile ed efficace, e soprattutto si è lasciata contenere nei limiti sia temporali, sia di uno scontro tra eserciti, senza “effetti collaterali” troppo disastrosi. L’uso di armi tecnologicamente più distruttive, come le mine anti-uomo o i proiettili con l’uranio impoverito, ha prodotto effetti di lungo periodo che continuano a colpire la popolazione civile anche dopo la fine dei combattimenti. Dalla fine della guerra fredda, nei conflitti attuali, anche a bassa intensità, le vittime sono prevalentemente i civili. Alla cessazione delle ostilità, fra i morti della Prima Guerra Mondiale si contarono un 5% di civili, non sempre coinvolti deliberatamente nei combattimenti; invece nella Seconda, la percentuale fu del 66% di civili morti, in questo caso presi volutamente di mira dagli eserciti combattenti: oltre alla Shoah, bisogna ricordare i bombardamenti indiscriminati delle città nemiche, prima da parte dell’aviazione tedesca e poi di quella alleata, e le stragi di civili inerti dell’esercito tedesco in ritirata in Italia e nei Balcani. Nelle guerre attuali, la percentuale dei morti civili è ancora più alta, del 90%, con punte del 95% nel conflitto serbo-bosniaco. La stessa percentuale tra morti militari e civili si riscontra negli interventi militari cosiddetti preventivi o umanitari compiuti dagli Stati Uniti e dai suoi alleati in Iraq e Afghanistan. Il riferimento alla guerra giusta sembra quindi più un espediente retorico che una dottrina a cui far effettivo riferimento. Serve a placare gli oppositori all’intervento militare, che nel caso specifico avevano appoggiato Obama alle ultime elezioni presidenziali americane, e a motivare i soldati, ma al di là dei suoi effetti politici interni, la dottrina è inutilizzabile perché non permetterebbe di dichiarare o continuare nessuna delle guerre odierne. Ma oggi si assiste anche all’eclissi non si sa quanto momentanea dei movimenti pacifisti e anti-militaristi. Totalmente abbandonata sembra poi la pratica della non-violenza. La resistenza passiva in presenza di una volontà di annientamento come accade nelle guerre attuali, consegna inerme la popolazione o i propri militanti alla repressione del nemico di turno, il quale non rispetta nessun codice di condotta o nessuno dei diritti umani. Le atrocità commesse sulle popolazioni dalle fazioni belligeranti fanno parte di una strategia che tende ad annientare l’avversario, con il quale non si può raggiungere nessun compromesso e nessuna forma di convivenza, perché giudicato totalmente diverso dal punto di vista etnico, culturale e religioso. Gruppi politici al potere o all’opposizione inneggiano apertamente alla pulizia etnica e incitano alla sistematica violazione dei diritti umani contro i nemici. Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo dai 20 a 25 milioni di individui sono fuggiti dalle aree di guerra per affollarsi in campi profughi dove vivono in condizioni degradanti e disumane. I movimenti pacifisti sembrano pertanto sprovvisti di una teoria e di una pratica utilizzabile allo stesso modo dei teorici della guerra giusta. Ecco perché una discussione sulla guerra e la giustizia per raggiungere una pace duratura è una necessità politica e morale. Nel 2010 si celebra l’anniversario della morte di Lev Tolstoj che, negli ultimi trent’anni della sua vita, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, pronunciò una ferma condanna della guerra in una lunga serie di saggi di carattere politico e religioso, e si diede alla predicazione della non-violenza. Gli scritti di Tolstoj hanno un carattere profetico nel preannunciare l’impossibilità di porre dei limiti di carattere giuridico o morale alle guerre e nel denunciare l’ipocrisia di chi dichiara che ciò sia possibile, dopo secoli di prove contrarie. La sua proposta era semplice e radicale, e per fermare le guerre proponeva, anche mettendo a repentaglio la libertà e incolumità personali, di rifiutarsi di pagare i tributi destinati all’addestramento e al mantenimento dell’esercito, di sottrarsi personalmente all’arruolamento oppure di opporsi alla partenza dei propri figli per il servizio militare. A suo parere, “non si deve usare la forza per soccorrere e difendere i propri simili, perché il bene non può essere compiuto con la violenza, ossia con il male. A chi pretende che fare la guerra e combattere per i fratelli, sia un diritto di legittima difesa, risposi sempre: presentare il petto ai colpi altrui, sì; ma fucilare i nostri simili, non è difesa, ma assassinio. Approfondite con lo spirito le parole del Vangelo e voi vedrete come il terzo comandamento così breve, così categorico, che ordina di non resistere al male, cioè non rendere male per male, se non il massimo è però uno dei principali ammaestramenti di Cristo. È evidente che se per combattere un male, usassi anche la più leggera violenza, un altro male sopravverrebbe, poi un secondo, un terzo; e così milioni di violenze isolate genererebbero di nuovo questo terribile flagello che regna e ci opprime. Il cristiano sa che solo combattendo il male con il bene e con la verità, egli fa tutto ciò che può per compiere la volontà del Padre. Non si può spegnere il fuoco con il fuoco, asciugare l’acqua con l’acqua, combattere il male con il male”. Il suo insegnamento venne ripreso da una serie di discepoli che diedero origine ad una forma di “pacifismo eroico” che è tra gli esempi più luminosi di opposizione a tutte le guerre. Ma il cosiddetto tolstoismo non ha portato alla completa rigenerazione religiosa e morale dell’umanità che lo scrittore auspicava. Nella stessa Russia dove è nato, ha insegnato e predicato ci sono state dopo la sua morte guerre e rivoluzioni ancora più sanguinose di quelle che lui stesso aveva vissuto. Ma se la sua “non resistenza al male” si è rivelata inefficace a coinvolgere grandi masse, è anche vero che nei nostri tempi, in cui lo sviluppo delle tecniche di distruzione e l’odio reciproco minacciano di rendere impossibile la vita su buona parte della terra, il messaggio di Tolstoj, che sembrava “ingenuo, incongruo e anti-scientifico” si è rivelato invece fedele all’evoluzione storica delle società contemporanee. Quindi al di là delle sue proposte, nelle argomentazioni di Tolstoj c’è una profonda verità che deve essere recuperata nel dibattito attuale sulla pace e sulla guerra.

 

* Docente di Storia e Filosofia, è autore di saggi su democrazia, differenza culturale, etica e giustizia

 

 

 

 

 

 
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