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Teologia

L’antico che ritorna: basta un temporale per inceppare il meccanismo della modernità. Ed ecco che i protagonisti del passato ritornano con tutto il loro fascino e la loro utilità

Cose vecchie e cose nuove

di Luisito Bianchi *

Con tutta quell’afa in giro nel cascinale, non si poteva scegliere una giornata migliore per il grande lamento. Cominciò il piccione viaggiatore: “Ormai la mia razza va verso l’estinzione”, si lamentò con l’antenna della televisione che svettava sulla colombaia. “Una volta eravamo noi a portare velocemente le notizie da un angolo all’altro del mondo. Ma ora non serviamo più a nulla. Tu, in un baleno, trasmetti notizie e immagini, e noi scompariremo dimenticati da tutti”. L’antenna non udì nemmeno, tanto era indaffarata a far sorridere un uomo politico. Poi fu il turno della candela, dimenticata in un angolo polveroso della soffitta: “Da anni mi hanno abbandonata qui, fredda e sporca”, si lamentò con la lampadina che la sovrastava a piombo dal soffitto. “La mia cera sta sfaldandosi d’inedia. Dammi un po’ del tuo fuoco perché finisca nella luce i miei giorni”. Ma la lampadina era tutta chiusa nel suo splendore e non udì la richiesta d’aiuto. Intanto il pozzo si lamentava col rubinetto dell’acqua corrente in fondo all’aia: “Le mie acque stanno marcendo, la catena è arrugginita, la carrucola non sa più girare. Meglio essere sepolti dalla terra e dimenticare tutte le seti d’uomini e d’animali che ho appagato!”. “Che significa dimenticare?”, chiese il rubinetto e, senza attendere risposta, s’avvitò ermeticamente il capo per non fare entrare né uscire pensiero alcuno. Dal rustico arrivò il lamento del trogolo con la lavatrice: “Ahimè, sono diventato un cimitero di ragni e di mosche. Se ripenso ai giorni del bucato, quando cenere e acqua mi lisciavano la pelle, mi parrebbe benigna sorte essere ridotto in pezzi dal martello”. La lavatrice non disse nulla. Dormiva. Chiudeva il coro delle lamentele un vecchio che se ne stava seduto sul gradino del camino con il gatto sulle ginocchia: “Non sono più buono a nulla. Beata la mia donna che se n’è già andata per non essere di peso a nessuno. Perché non mi viene a prendere? Stavamo così bene assieme! Bisogna che le scriva un biglietto per sollecitarla. Che ne dici, micetto mio?”. Il gatto aprì un occhio, saltò sulla cenere e si riaddormentò. Il vecchio scrisse il biglietto, lo arrotolò nel tubetto, chiamò il piccione viaggiatore e gli legò il messaggio alla zampetta. Il piccione sfrecciò accanto all’antenna, immobile e stupita, verso le nubi che stavano gonfiandosi, e rivisse giorni felici. Verso sera scoppiò un terribile temporale. Il cascinale fu sommerso in un diluvio d’acqua, di grandine e di vento. L’albero secolare, che vegliava il portone, fu divelto e s’abbatté sui fili della luce. Il cascinale fu avvolto in un buio che i lampi tagliavano a fette tanto era spesso. “Ho paura”, gemette il nipotino. Il vecchio salì in soffitta e andò dritto alla candela abbandonata. La cucina si rischiarò e il bambino sorrise e non ebbe più paura. “Ho sete”, si lamentò dopo un poco il bambino. Ma il rubinetto era chiuso nella sua paura e non dava nemmeno una goccia d’acqua. Allora il vecchio si mise un sacco in testa, a modo d’un fratesco cappuccio, e andò al pozzo. La carrucola, prima gemendo, poi sibilando e, infine, cantando, restituì il secchio grondante di fresco antico. La madre del bambino tolse la biancheria che aveva già preparato nella lavatrice per il bucato del giorno dopo e disse: “Ci vorranno giorni per riavere la corrente. Domani ritorno ai bei tempi, con tanto d’asse e di trogolo”. Il vecchio, come aveva sempre fatto prima dell’arrivo della lavatrice, setacciò dal camino un catino di cenere per la lisciva. Il mattino dopo ci fu un cielo senza nubi. Ritornò il piccione e si pose sul davanzale della cucina. Non aveva più il messaggio alla zampetta. Il vento l’aveva letto e passato, per competenza, a Dio. In fondo all’aia, fra un colpo e l’altro dei panni sbattuti sull’asse del bucato, si faceva posto una gaia canzone. Al pozzo, il vecchio insegnava al bambino le belle maniere per chiedere all’acqua il permesso di dissetarsi senza turbarla. Un altro giorno di vita avvolgeva il cascinale. Il gatto rotolava sul cemento dell’aia all’inseguimento dell’ombra ondeggiante d’una farfalla. Nell’aria c’era il profumo d’un cassetto aperto da cui erano state tirate fuori cose nuove e cose vecchie. In quel profumo, che assomigliava a quello della sua donna quando vi ordinava la biancheria pulita, il vecchio scrisse un biglietto, chiamò il piccione, glielo legò alla zampetta e gli disse: “Va’ dove ti porta il vento. Non c’è urgenza, ormai è già conosciuto”. Il biglietto diceva: “Nemmeno una briciola del nostro amore è andata perduta. Anche il sentirsi inutile ne fa parte. Arrivederci”. Il piccione sfrecciò in alto e poi prese decisamente la direzione del sole che stava preparando un tramonto da primo giorno.

 

* Nato a Vescovato (Cr), attualmente svolge funzione di cappellano presso il Monastero di Viboldone (Mi). Ha scritto numerosi libri tra cui La messa dell’uomo disarmato, opera di altissimo valore artistico e civile

 

 
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