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Dialogo interculturale e religioso e Link
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Spettacoli Si conclude il reportage della nostra inviata di lusso: nel viaggio di ritorno rimane nell’animo l’amarezza del contrasto tra un’ostentata opulenza e le necessità insoddisfatte di molti Sotto il cielo di Los Angeles di Maria Rita Parsi * ...(continua) Ma, a Los Angeles, lungo la Hollywood Boulevard, la sfilata di maschere, nonostante non sia carnevale, è perenne. La nostra passeggiata è, infatti, accompagnata e rallegrata da mimi che indossano i costumi di Topolino, Minnie, Cenerentola, Biancaneve, Shrek etc, e che si fanno fotografare con chiunque lo desideri. Ovunque, poi, negozi spalancati sugli acquisti. Ovunque richiami a Hollywood, la città degli Studios. E ai vampiri che vanno tanto di moda! Ovunque Hollywood: viva o morta. Dei morti e dei vivi. Hollywood che con i morti convive: con le loro orme, i loro piedi, le loro mani, le loro maschere. L’autista della limousine che ci fa da guida, di nome Tony, anche lui di origine italiana, padre siciliano e madre toscana, insiste a portarci per piazze, chiese e, soprattutto, ci mostra la Walt Disney Concert Hall, opera straordinaria dell’architetto Frank O. Gehry, l’auditorium musicale voluto dall’omonima casa di produzione. L’edificio è strepitoso. Da fuori, sembra un organo che un gigante si appresti a suonare. Dice Tony: “Qui canta Bocelli.” Come dicesse: “Qui canta Caruso.” Gli oriundi-italiani sono sempre a casa loro, ovunque. Ovunque fanno casa, pensando all’Italia. Quando, invece, chiediamo degli homeless (dei senza casa), Tony storce il naso. “Tanti – dice – .Troppi, ce ne sono!” E’ vero. Uomini e donne senza casa, barboni che guardano nei bidoni della spazzatura, lungo la strada, in cerca di cibo, mentre la nostra “limousine da comitiva” corre verso Beverly Hills, per andare a sbirciare le ville dei divi ricchissimi. La crisi? “Los Angeles non conosce la crisi” - specifica Tony. E tutti questi poveretti, allora che dormono per strada, che non hanno casa? Tony se ne intende di homeless. “Vogliono anche loro vivere così! Niente impegni, niente tasse! E, poi, molti sono drogati, alcolizzati.” Per gli sconfitti della vita, non c’è casa. Non c’è posto nei registri del dolore. Non fanno “crisi”, in America. Sono homeless perchè non vogliono darsi da fare. A Los Angeles, il lavoro non manca. Proprio mentre iniziamo a salire verso la magnificenza indescrivibile di Beverly Hills, case come regge, castelli moderni per castellani che ancora esistono, ci troviamo di fronte a una visione di sconvolgente tragicità. All’angolo, una svolta prima della svolta, poco lontano dalla casa di Michael Jackson che, sul cancello nero, ha ancora appese due corone di fiori listate a lutto, una donna pesantemente obesa, in ginocchio, prega. E’ dignitosamente lavata e vestita d’azzurro, nonostante la stazza. I capelli sono in disordine ma puliti. Ha qualche pelo di troppo sul viso dalla pelle bianca e rosea ma il sorriso è accattivante. Ci prende una commozione che non sappiamo spiegare. Quella donna sembra un cartone animato vivente: una porcellina da fiaba in preghiera; l’opera di Botero messa a guardia dell’ingresso di Beverly Hills, quasi dicesse: “Lasciate ogni speranza o voi che entrare!” Quando cerchiamo di offrirle del denaro, pensando che sia un’homeless, una mendicante bisognosa di aiuto, lo rifiuta con grazia. “Sta pregando, - ci spiega Tony che traduce – dice che oggi non può accettare denaro. Magari, se ripasserete tra qualche giorno, quando avrà finito le sue orazioni, volentieri accoglierà le vostre offerte.” Lei, intanto, sorride benevola. Con Tony rimaniamo d’accordo che sarà lui a portarle, in seguito, il nostro contributo. “Tanto lei è sempre lì che prega. Per tutti!” Mai preghiere furono più necessarie. Mai contrasto tra ricchezza e miseria estrema, in un luogo di possibilità così grandi, fu più stridente. Così, dopo l’emozionante esperienza di Beverly Hills, anche la visita al “Grove”, centro per lo shopping, tutte le marche, per ogni occasione, frenetica necessità per turisti che visitano Los Angeles, allorquando vogliono saccheggiare negozi per ricordare d’aver speso nel luogo più “in” d’America, ci sembra ormai il globalizzato mercato di superflue vanità. Come accettare tanta ricchezza, profusione di beni, inutile spreco a fronte di tanta povertà, crisi, umani bisogni, sotterranei eppure palpabili, estreme difficoltà? C’è polizia, ovunque. L’ordine va mantenuto poiché ben 88 città compongono la Contea di Los Angeles, realtà satellitare e divina, da conoscere non soltanto per le interessantissime cose che pure, giorno dopo giorno, visitiamo (il John Paul Getty Museum, il Museo d'Arte Contemporanea di Downtown Los Angeles, Los Angeles County Museum, Venice Beach, Santa Monica, Malibu, Santa Barbara, etc etc), ma, soprattutto, attraverso gli homeless, gli autisti italo-americani come Tony, i portoricani che servono negli alberghi, le donne soprattutto, che parlano un inglese assolutamente improbabile, anzi, decisamente incomprensibile ma che, appena “habli spagnolo”, si sciolgono e confessano: “Vorrei venire in Italia a lavorare. La lingua è comprensibile, somiglia alla nostra. E poi, la religione…” Va conosciuta per i tanti ragazzi afro-americani che sembrano copia del Presidente Obama; per i tanti cinesi che non solo animano la vita commerciale al dettaglio, centinaia di migliaia di ristoranti e botteghe, ma sembrano essere gli uomini d’affari più presenti a Los Angeles. A ruota, poi, va conosciuta attraverso i giapponesi. Il futuro dell’America e del mondo, insomma, sembra essere diverso da come ce lo raccontano i conservatori americani che vanno armati ai comizi di Obama. Quel futuro è diverso dal glorioso passato dell’America dei Padri, tradotto e a noi introdotto da Fernanda Pivano che, da poco, anche lei, se ne è andata. Al “Grove”, entriamo nelle librerie, cercando autori italiani tradotti. c’è Mario Puzo, Umberto Eco, Fellini. C’è tanto cinema italiano. “Hollywood e il grande cinema americano - sentenzia Tony - lo hanno fatto gli italiani: Vincent Minelli, Francis Ford Coppola, Quentin Tarantino, Martin Scorsese”. Per Tony, l’America l’hanno fatta gli italiani d’America. E, quando gli facciamo notare che non c’è convivenza al mondo più “meticciata” di quella della gente di Los Angeles, scuote la testa poco convinto. “Siamo misti, è vero! Ma c’è chi ha fatto prima, di più e meglio!”- sostiene Tony. L’America deve molto, anzi tutto a tutte le componenti che, fondendosi, le hanno dato sostanza e forma. E contraddizioni. Quante generazioni, dopo Tony, ci vorranno, per capirlo? Quando ripartiamo dall’Hotel Millenium, alla volta dell’aeroporto LAX, per tornare in Italia, sul marciapiede, con le mani nei bidoni della spazzatura, c’è un homeless che fruga. Un ratto enorme gli passa, all’improvviso, tra le gambe. Lui ride del nostro spavento e alza gli occhi al cielo azzurro, striato di bianco. Poi, continua a cercare. (Fine)
* Psicologa, psicoterapeuta e scrittrice, lavora a Milano, Roma e nella Svizzera italiana. Ha creato la Fondazione "Movimento Bambino", per la diffusione della cultura dell'infanzia. Attualmente è docente di "psicologia della personalità" presso l’UNICAL
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