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Scuola

In attesa di definire il grado di rigore nella selezione scolastica gli Atenei si vedono ridurre i finanziamenti; Nord e Sud sono sempre più divisi e l’Europa è più lontana

Scuola buonista o del merito?

di Bruno Milone*

Da molti anni si parla con molta insistenza della crisi dell’istruzione in Italia, anche in relazione alle classifiche internazionali dei rendimenti scolastici che pongono i quindicenni italiani agli ultimi posti per la comprensione di un testo e per le conoscenze nel campo della matematica e delle scienze. Le indagini più recenti hanno confermato l’inadeguatezza delle nostre scuole e hanno mostrato le crepe anche di quei corsi di studio come le Elementari e i Licei che nel passato costituivano il vanto del nostro sistema educativo. Le Università italiane, del resto, non se la passano meglio, nessuna di esse è nella graduatoria delle prime 100 università del mondo per la qualità della formazione e della ricerca. Nel nostro Paese, la decadenza della scuola e dell’università ha molte cause, fra le quali le più importanti sono: l’arretratezza dei programmi, l’inesistenza di modalità e regole certe per la formazione e il reclutamento dei docenti e, ancora, la mancanza di criteri di valutazione uniformi, sia per giudicare gli studenti che per vagliare il sistema dell’istruzione stesso. In nessuno di questi ambiti si sono realizzati interventi significativi negli ultimi tempi. Per anni la scuola è stata lasciata in uno stato di abbandono e in questo settore strategico della società italiana si è preferita una politica degli annunci e delle promesse a interventi di riforma incisivi. Le colpe sono diffuse a tutti i livelli, naturalmente con diversi gradi di responsabilità. I governi che si sono succeduti alla guida del Paese hanno sempre guardato alla scuola con la prospettiva di ottenere un consenso immediato e non hanno mai avvallato scelte impopolari. Le famiglie e gli studenti spesso si sono accontentati del diploma o dei voti, buoni per accedere ai concorsi pubblici, disinteressandosi della qualità e dei risultati dell’insegnamento. Ma hanno la loro parte di colpa anche gli insegnanti che, per contenere gli abbandoni scolastici e vedendo premiate dalla società quelle scuole pubbliche o private che garantivano la promozione e voti elevati, hanno pensato di recuperare gli studenti, o vincere la concorrenza, tollerando livelli di preparazione più bassi e dimezzando i programmi. La scuola oggi sembra rispecchiare la società italiana: chiusa in se stessa, ingrigita e ferma, senza capacità di iniziativa e innovazione, come se il declino fosse inevitabile. L’attuale ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, all’inizio dell’anno scolastico 2008/09, aveva promesso, per ridare serietà e autorevolezza alla scuola italiana, un maggiore rigore nelle promozioni, e una prima serie di dati sui promossi e i bocciati agli scrutini di giugno del 2009 sembrava confermare le sue intenzioni. Infatti, “Boom di bocciati, strage alle superiori” titolava il quotidiano “La Stampa” e dello stesso tenore erano gli articoli degli altri giornali. Il ministro rilasciava alcune dichiarazioni in cui si mostrava soddisfatta per i risultati acquisiti che, secondo il suo parere, finalmente ripristinavano la “scuola del merito” contro “la scuola buonista” del recente passato. La pubblicazione dei dati ufficiali è stata seguita con meno interesse dall’opinione pubblica, ma ha in parte smentito le previsioni dell’On. Gelmini: in realtà, nel 2009 i bocciati sono diminuiti sia nelle classi intermedie della scuola secondaria superiore, sia negli esami di terza media. Ma in ogni caso l’alto numero dei bocciati non costituisce un indice di riuscita del modello educativo. L’analisi comparata dei sistemi scolastici stranieri mostra che un elevato grado di eccellenza si accompagna a un basso numero di respinti. Percentuali basse di bocciati, intorno al 2%, si hanno nelle scuole della Finlandia, degli Stati Uniti, del Canada, mentre in quelle del Giappone la percentuale è vicina allo zero. Eppure sono questi i sistemi scolastici che molti dei nostri legislatori affermano di prendere a modello, ma che, evidentemente non conoscono. Una scuola si può definire buona quando alla fine dell’anno è riuscita a elevare il livello medio dell’apprendimento generale, e può ottenere questo risultato solo restringendo la forbice tra coloro che hanno il rendimento più alto e quelli che lo hanno più basso, tra i migliori e i peggiori, non espellendo questi ultimi dalla scuola. Ma questo è ciò che avviene nel sistema scolastico italiano dove, secondo i dati ufficiali della dispersione scolastica, il 22% dei ragazzi non raggiunge nessun titolo di studio, né alcun diploma di qualificazione professionale. Quindi la scuola italiana è già selettiva nel momento in cui non prova a recuperare coloro che l’abbandonano, circa uno studente su quattro, e non c’è bisogno di aumentare la selezione elevando il numero dei bocciati. Anche dove vi è stato un autentico incremento dei respinti, nelle scuole professionali, il fenomeno non è stato determinato da un aumento di severità da parte degli insegnanti. Infatti, è risultato che la maggioranza dei bocciati sono stranieri: a Genova, ad esempio, lo sono l’88% del totale dei respinti. Sono quindi i figli degli immigrati, più deboli socialmente e culturalmente, quelli che vengono rifiutati dalla scuola, la quale per mancanza di finanziamenti non promuove il rinnovamento delle strutture e della didattica per favorire l’accoglienza degli stranieri. Pertanto la bocciatura di questi ultimi sembra più un modo per non affrontare la sfida della multiculturalità fra i banchi che un modo per riaffermare la serietà degli studi. In buona parte delle migliori e più efficaci scuole del mondo, i risultati si ottengono da un lato motivando gli insegnanti, puntando sulla loro retribuzione e sulla loro formazione, e non accettando passivamente il ridimensionamento del loro ruolo socio-culturale; dall’altro lato responsabilizzando le famiglie, rendendole in qualche modo protagoniste dell’apprendimento e non lasciate sole a gestire l’eventuale disagio scolastico dei figli. Un’altra idea del ministero della Pubblica Istruzione è stata quella di diffondere all’inizio dell’estate la classifica delle università più virtuose, nella prospettiva di attribuire loro maggiori finanziamenti. L’iniziativa è stata salutata positivamente sui principali quotidiani italiani, che non hanno mancato di sottolineare però l’ulteriore taglio delle risorse al sistema universitario nel suo complesso, confermato dall’ultimo Dpef. La riduzione dei finanziamenti allontana ancora di più le nostre università dagli standard dei principali paesi industrializzati. Ma il fatto più grave, ha commentato su “Il Sole 24 ore” Miguel Gotor, attualmente ricercatore di storia moderna all’Università di Torino, è che “non si è riflettuto abbastanza sui criteri adottati per stilare la lista che rischia così di limitarsi a fotografare una situazione già nota, provocata da problemi strutturali di lungo periodo, e ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, nord e sud della penisola, invece di provare a ricomporlo”. Infatti, se confrontiamo le capacità degli atenei di attrarre finanziamenti, appare iniquo accostare un polo tecnico-ingegneristico situato in un’area ad alto sviluppo economico con una università a prevalente vocazione giuridico-umanistica collocata in una zona depressa dell’Italia. L’adozione di tale principio, continua Gotor, “che non prevede riequilibri proporzionali, prefigura una precisa egemonia di carattere tecnico-scientifico di cui bisognerebbe almeno discutere in un paese come l’Italia in cui i beni culturali e i saperi umanistici dovrebbero rappresentare un asset strategico non solo sul piano dell’identità nazionale, ma anche su quello della produzione di ricchezza e di beni immateriali”. Non va meglio sul piano della didattica, dove il criterio più significativo premia gli atenei che al secondo anno garantiscono il superamento di almeno due terzi degli esami previsti per il primo, criterio che incentiva i docenti a non essere troppo selettivi in sede d’esame, in barba alla meritocrazia. Tutto questo in un quadro in cui l’Italia ha ancora un numero bassissimo di laureati rispetto alla media europea. Il ministro Gelmini insiste nell’affermare che i soldi al sistema dell’istruzione pubblica vengono dati in misura non troppo diversa dagli altri paesi sviluppati e che i tagli attuali sono minimi. A suo parere il problema non è la quantità ma la qualità della spesa, cioè come i soldi vengono spesi. Forse il ministro dovrebbe riflettere su un fenomeno preoccupante. La crisi della scuola e dell’università sta determinando un pericoloso scollamento tra il nord e il sud dell’Italia, anche se nel Meridione non mancano le eccezioni e gli esempi positivi. Ma confrontando i dati Ocse-Pisa, il sistema dell’istruzione non sembra più garantire come nel passato una certa uniformità di preparazione tra le diverse aree della penisola. Indiscutibilmente, la cattiva performance di molte scuole del sud è determinata dalle condizioni di degrado e arretratezza, sociale ed economica, dei territori in cui sono situate, ma pesano anche gli investimenti: se il Friuli investe 1.309 euro a studente, la Puglia ne investe 569, la Sicilia 657 e la Campania 614 (fonte: ministero della Pubblica istruzione; anno 2007). Tutto questo in un quadro complessivo in cui la spesa media per studente è in Italia sotto di diversi punti rispetto alla media Ocse. Quindi bisogna valutare gli squilibri regionali e non solo rapportarsi alle zone più avanzate. Con queste cifre, ha sottolineato Luigi Berlinguer, ex ministro dell’Istruzione, “la scuola nel Mezzogiorno non è un ascensore sociale. Registra l’ingiustizia sociale, ma non può combatterla”. Per concludere, non si può pensare di cambiare il sistema scolastico italiano senza accrescere le risorse e gli investimenti.

 

* Docente di Storia e Filosofia, è autore di saggi su democrazia, differenza culturale, etica e giustizia

 
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