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Editoriale

La profondità del bene

di Daniele Gallo

Il 27 gennaio (nello stesso giorno di sessantacinque anni fa venivano aperti i cancelli di Auschwitz dai soldati sovietici che liberarono il campo) si è celebrata per la decima volta la Giornata della memoria, in ricordo della Shoah. Un indispensabile momento di commossa riflessione per consentire alla coscienza collettiva di pregare per le vittime e tenere alta la guardia contro sempre possibili nuove materializzazioni del Male. Ricordo le parole di Hannah Arendt: “il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. è una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale”. La filosofa tedesca dunque mette in relazione il Bene direttamente al pensiero, chiave di lettura del mondo. Un pensiero che con una costante modulazione etica deve richiamare tutte le persone al fondamentale dovere di opporsi a ogni violazione dei diritti di ogni essere umano, al continuo e incessante esercizio della solidarietà che unisce l’intera umanità in unica famiglia e a una ferma opposizione della violenza criminale originata da ogni razzismo, schiavismo o squadrismo. Alcuni avvenimenti della più recente attualità nazionale e internazionale dimostrano che il rischio di tali barbarie esiste ancora. L’umanità intera deve impegnarsi a farsi garante dell’impossibilità di un’altra Shoah, anche ripartendo da zero con scelte impopolari e di difficile realizzazione. Un possibile esempio: qualche giorno fa è stata eseguita la condanna a morte, in Iraq, di Alì, detto il chimico, “tecnico” tristemente famoso di Saddam Hussein e ritenuto responsabile del massacro avvenuto nel 1988 di circa 5.000 abitanti di Halabja, un villaggio del Kurdistan iracheno. La sua esecuzione non ha fatto notizia, essendo ritenuta scontata e per molti anche giusta. Ma forse è stata un’altra occasione perduta per dimostrare che l’uomo ha definitivamente voltato pagina e che Adorno aveva torto: potrebbe non essere più “impossibile scrivere poesie”.

 
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