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Dialogo interculturale e religioso e Link
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Economia Il legame tra noi e i beni materiali è molto più sfumato di quello che ci illudiamo sia: per questo la nostra coscienza deve spingerci a soccorrere chi può contare su minori risorse Che cos’é la proprietà? di Paolo Brera * Buona parte delle lotte sociali, da che mondo è mondo, ha avuto al proprio centro la ripartizione delle proprietà – dei beni, con l'intermediario della ripartizione del reddito, così come dei mezzi di produzione. E tuttavia, che cos'è la proprietà? Il concetto non è poi così limpido, ed è forse il caso di chiederselo un'altra volta (visto che non è certamente questa la prima). La risposta più fulminante a questa domanda, e molti l’hanno incontrata nel proprio iter di apprendimento, è quella dell'anarchico ottocentesco Proudhon: la proprietà è un furto. Ma questa risposta, come le molte altre che nel tempo sono state date alla domanda, non parte veramente dalle radici, ma un bel po’ più in là. Ciò è legittimo, naturalmente: ci sono molti modi possibili di vedere qualunque cosa. Ma è anche incompleto. Partiamo dunque dall’inizio. L’essere umano viene al mondo indifeso e confuso e viene nutrito (se viene nutrito) da altri esseri umani. Il suo spirito, per svilupparsi, ha bisogno di un bel po’ di materia: del suo corpo, del cibo che ingerisce, dei vestiti che lo coprono, dell’aria che respira e dell’acqua che beve. Tutta questa materia non è presente in uno stato caotico, ma è già organizzata in qualche modo preciso quando lui viene al mondo. Per lo più, è organizzata da altri esseri umani, che a loro volta sono organizzati in una società e in un sistema produttivo. La società umana può essere considerata come un modo di vedere il mondo. Il sistema produttivo è un altro modo. L’effetto del sistema produttivo è di mettere a disposizione dei vari esseri umani una certa quantità di materia, diversa per ciascuno di loro, di un particolare tipo. L’organizzazione del sistema produttivo definisce (inter alia) chi ha il diritto di disporre dei diversi pezzi di materia che costituiscono il mondo. Il macchinista di un treno può decidere quando avviare una locomotiva e a che velocità farla andare. Non è interamente libero di scegliere, perché ci sono numerose limitazioni, riconducibili a decisioni di altri esseri umani. L'amministratore delegato di Trenitalia può a sua volta decidere molte cose concernenti le locomotive: anche lui nel quadro di decisioni prese da altri. Il potere che può avere qualsiasi essere umano su qualsiasi pezzo di materia è sempre circoscritto dalle decisioni degli altri esseri umani e dalle rappresentazioni sue proprie e di tutti gli altri. Dov’è la proprietà, così come la vede il diritto, in questo? È, propriamente parlando, invisibile. «Diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico»: così l’art. 832 del Codice Civile definisce il diritto di proprietà. Solo che gli esseri umani non dispongono mai di nulla in modo pieno, perché ci limita, sempre e comunque, la nostra finitezza corporea: sarò pure proprietario della mia Fiat Panda, ma non posso mettermela in spalla e portarla via perché non sono l’Incredibile Hulk. I limiti «stabiliti dall’ordinamento giuridico» (dei quali fanno parte anche gli «obblighi» citati poco dopo) non sono tutti i limiti posti da altri esseri umani all'uso di una proprietà: la legge non vieta a un imprenditore di pagare poco i suoi dipendenti (dunque di usare i suoi soldi in un certo modo), ma possono impedirglielo i sindacati, come risultato di una lotta. Il fatto è che ogni diritto che possiamo avere sulle cose, incluso il diritto di proprietà, risulta semplicemente dalle opinioni che gli altri hanno sul nostro rapporto con quelle cose. Se le opinioni cambiano, e le azioni della gente cambiano insieme ad esse, il diritto può anche svanire completamente. Io sono proprietario della mia bicicletta solo finché tutti sono d'accordo di non usarla senza il mio permesso. Se però qualcuno trancia la catena con cui l'assicuro alla cancellata e porta via la bicicletta, io cesso di esserne proprietario. Perché le cose, in sé, non sanno a chi appartengono. Non fanno alcuna resistenza, a parte quella puramente fisica, all'uso che noi esseri umani possiamo fare di esse. Gli animali e gli esseri umani invece a chi appartengono lo sanno e possono opporre una deliberata resistenza a qualunque tentativo di uso che giudichino improprio. Animali ed esseri umani possono inoltre avere un'opinione loro riguardo a chi appartengano le cose. Se ho appena comprato una villa e c’è un cane da guardia, non mi sarà più facile prenderne possesso di quanto non lo sia per un qualsiasi ladro, con tutto che dal punto di vista giuridico anche il cane appartiene a me. Il cane, infatti, ha le sue idee su chi sia il suo padrone e il padrone della villa, e farò bene a non licenziare il custode che gli dà da mangiare. I concetti giuridici (ed etici, politici…) hanno una loro utilità per gestire le relazioni estremamente complesse della società umana, ma noi possiamo anche scegliere di guardare ciò che di fatto succede nel mondo senza gli occhiali costituiti da tali concetti. E a volte è decisamente utile farlo. Per stare al mondo, dobbiamo necessariamente riservare una certa attenzione al nostro corpo e al nostro io. Dobbiamo provvedere a nutrire il corpo, a compiere regolarmente le azioni che ne mantengono il benessere, e a dare qualche soddisfazione al nostro io. È giusta e ovvia la proprietà delle cose che ci consentono questo. Ma siccome l’umanità forma un tutto abbastanza coeso, dobbiamo anche farci carico del benessere degli altri.
* Giornalista e scrittore milanese, è esperto di attualità, economia e politica estera
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