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A poco più di 40 anni dalla sua morte
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Il senso di un
simbolo |
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news
da Peace Reporter |
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INCHIESTA SULLA RIMOZIONE DEL CROCEFISSO
La croce che divide
di Bruno Milone*
La Corte europea dei diritti dell’uomo di
Strasburgo ha stabilito, con una sentenza che in Italia ha sollevato
proteste pressoché unanimi da parte dei rappresentanti di ogni
schieramento politico, di destra e di sinistra, che i crocefissi nelle
aule scolastiche costituiscono “una violazione del diritto dei genitori ad
educare i figli secondo le loro convinzioni” e, pertanto, vanno rimossi.
La decisione del tribunale, una istituzione che controlla l’applicazione
della Convenzione internazionale sui diritti fondamentali dei cittadini, o
CEDU, approvata dai 47 paesi del Consiglio d’Europa, non avrà effetti
pratici immediati per il nostro paese. Essa diventerà esecutiva e
vincolante per l’Italia solo dopo che il ricorso presentato dal governo
italiano verrà esaminato dalla Grande camera, una corte d’appello composta
da 17 giudici, che potrebbe annullare o modificare il giudizio di primo
grado. Né il Consiglio d’Europa, né la Corte europea sono organismi
dell’Unione Europea, con i quali non vanno confusi. Pertanto, le proteste
contro l’UE, sollevate da ambienti tradizionalmente ostili all’unità
europea, perché accusata di negare le “radici giudaico-cristiane” del
nostro continente, sono fuori luogo. Il Consiglio d’Europa è stato
istituito con il trattato di Londra del 5 maggio 1949 e la Corte europea
con la firma, da parte dei paesi membri del Consiglio, del CEDU nel 1950.
Queste organizzazioni contano fra i loro membri paesi come la Turchia,
l’Armenia e l’Azerbaigian, e sono state fondate con la finalità di
garantire la tutela dei diritti dell’uomo, della democrazia e dello stato
di diritto, ma anche di sviluppare l’identità europea, favorendo la
condivisione dei valori al di là delle diversità culturali e religiose.
Non conosciamo le motivazioni della sentenza, che non sono state ancora
rese pubbliche, ma non è difficile capire le ragioni del provvedimento,
che sono essenzialmente di principio: si vuole proteggere la neutralità
della scuola, dove nessuno si deve sentire escluso o deve essere
discriminato per le proprie convinzioni religiose. Sembra trapelare dalle
intenzioni della Corte un significato di neutralità che non comprende
solamente l’assenza di privilegi o trattamenti preferenziali per qualsiasi
religione, ma elimina anche ogni riferimento religioso dagli ambienti e
dalle persone che hanno funzioni pubbliche. La sentenza della Corte
europea sembra sulla stessa lunghezza d’onda della legge varata in Francia
alcuni anni fa, che proibiva l’ostentazione dei simboli religiosi (kippah,
croci visibili e velo islamico) nelle aule scolastiche. La legge francese
può essere un utile precedente per mostrare l’efficacia o meno di un
intervento a livello dei simboli religiosi per affermare la laicità dello
stato. Quando la legge venne promulgata, le periferie delle più grandi
città francesi erano state scosse da una serie di rivolte che assumevano
anche le caratteristiche di una contrapposizione tra le comunità
religiose, arabi contro ebrei e cristiani o viceversa. Il provvedimento
voleva impedire che l’esplosione della violenza settaria, che trovava
alimento nelle condizioni di degrado sociale ed economico delle banlieue,
contagiasse la scuola, e che anzi dalle aule scolastiche arrivasse un
messaggio di dialogo e convivenza pacifica. Coloro che si opponevano alla
legge, invece, temevano un abbandono in massa della scuola pubblica a
favore di istituti privati con un preciso orientamento religioso e la fine
quindi di ogni possibilità di comunicazione e di integrazione tra i
diversi gruppi etnici e religiosi. Dopo alcuni anni di applicazione della
norma, si è visto che insegnanti e studenti si sono adeguati ad indossare
simboli religiosi meno vistosi e hanno continuato a frequentare la scuola
pubblica, probabilmente perché il livello di neutralità delle istituzioni
francesi è già elevato e un provvedimento del genere non è stato percepito
come qualcosa di incoerente con la tradizione laica del paese, ma nello
stesso tempo l’adattamento è stato solo esteriore perché le tensioni tra
le diverse comunità religiose d’oltralpe non sono diminuite, e ciò
dimostra come un divieto di per sé non spinga gli studenti e le loro
famiglie ad una condotta più tollerante e aperta al dialogo, che escluda
l’uso della forza, con chi professa un’altra fede o ha altri costumi.
L’esperienza francese mostra come sia difficile conciliare la convivenza e
il rispetto della libertà religiosa di ciascuno. In molti paesi del mondo,
e l’Europa è fra questi, la libertà religiosa è considerata un diritto
umano fondamentale. Ognuno può manifestare da solo o con altri, sia in
pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo, a
condizione che questa manifestazione non costituisca una minaccia per gli
altri e per le istituzioni. Anche la tolleranza è un principio
fondamentale e non può essere revocata se non per motivi legittimi, oltre
ogni ragionevole dubbio. Limiti alla libertà possono essere messi solo in
vista di fatti e minacce incontestabili, non a causa di preoccupazioni o
sviluppi solamente possibili. Dal momento che la sentenza della Corte
europea riguarda il crocefisso, bisogna dimostrare che il simbolo della
croce spaventi, intimidisca o metta in pericolo qualcuno. Se un fatto del
genere venisse accertato la croce dovrebbe sparire anche da tutti i luoghi
esterni, comprese le facciate delle chiese. Ma non è possibile dimostrare
in modo razionale e incontestabile che la croce produca un effetto simile.
Essa nel corso del tempo ha assunto significati diversi e in suo nome sono
stati commessi anche dei crimini. I massacri perpetrati dai crociati o le
torture dei tribunali della Santa Inquisizione sono degli esempi del
passato per i quali la Chiesa stessa ha chiesto il perdono, mentre in
epoche più recenti la croce è stata brandita come un’arma dai razzisti del
Ku Klux Klan e dai croati nelle pulizie etniche della guerra del 1991/95
nella ex-Jugoslavia. Ciononostante il crocefisso come simbolo patriottico,
oppure come simbolo della superiorità razziale della civiltà occidentale,
oggi appare una evidente distorsione e forzatura di minoranze estreme. Se
esso è simbolo, afferma Enzo Bianchi, “lo è di una vita spesa, offerta da
un uomo per gli altri uomini, per restare fedele a Dio fino ad accettare
una morte violenta e infamante, fino ad essere ridotto a un maledetto. Sì,
perché la croce, per chi è cristiano è esegesi dell’amore”. Un amore
assoluto che si offre a tutta l’umanità gratuitamente. Ma se è così, i
cattolici dovrebbero essere i primi a togliere il crocefisso dai luoghi e
dai contesti che ne negano l’autentico significato, oppure vietarne l’uso
ai neo-fanatici della croce, quelli che la vorrebbero simbolo della
“civiltà cristiana”, naturalmente opposta e in guerra con le altre
civiltà, connotate tutte dall’appartenenza religiosa, soprattutto contro
quella islamica. Un simbolo d’amore come la croce, ad esempio, non può
essere più rappresentato sulle bandiere degli Stati, perché ancora le loro
truppe sono impegnate nei conflitti e nelle guerre che insanguinano il
nostro pianeta, e non c’è nulla di più tremendo che provocare contro un
nemico il disprezzo del proprio Dio. Scrive Francesco Merlo, che il
disprezzo di Dio annichilisce, mentre quello dell’avversario di turno è
relativamente sopportabile, limitato e contingente: “Il disprezzo di Dio è
invece assoluto. Dinanzi al disprezzo di Dio l’unica arma possibile è un
altro Dio. E quando si muovono gli dei la catastrofe è assicurata, cielo e
terra si mescolano, arrivano diluvi, cataclismi, campi di concentramento:
l’ira di dio”. Quindi c’è bisogno di un uso pieno di rispetto di ciò che
rappresenta il simbolo della croce, non un uso indiscriminato che lo rende
invisibile e causa indifferenza. Nel 1953, il primo giorno di apertura
della sua scuola popolare, don Lorenzo Milani tolse il crocefisso dalla
parete della sala parrocchiale «perché non doveva esserci neppure un
simbolo che facesse pensare che quella fosse una scuola confessionale».
Spiegò il suo gesto in una lettera del maggio dello stesso anno: “se uno
mi vede eliminare un crocefisso non mi darà dell’eretico, ma si porrà
piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere
cattolicissimamente interpretato perché da un cattolico è posto”.
* Docente di Storia e Filosofia, è autore di saggi su democrazia,
differenza culturale, etica e giustizia
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